Outsider di massa

"We have ceased to be a nation in retreat”. Con queste parole Margaret Thatcher celebrò la vittoria nella guerra contro l’Argentina della primavera del 1982. Una frase semplice che racchiudeva in sé il senso di una battaglia culturale e politica iniziata con la conquista della guida del Conservative Party sette anni prima. La Gran Bretagna degli anni 70 era il “grande malato d’Europa”. Quella che già era stata la più grande potenza marittima dell’epoca moderna, guida di un impero esteso sui cinque continenti, aveva visto ridursi il proprio ruolo internazionale dalla fine della Seconda guerra mondiale. Un ridimensionamento destinato a diventare e a essere percepito come declino politico, economico e finanziario negli anni 60 e più ancora nei 70. di Domenico Maria Bruni
21 AGO 20
Immagine di Outsider di massa
"We have ceased to be a nation in retreat”. Con queste parole Margaret Thatcher celebrò la vittoria nella guerra contro l’Argentina della primavera del 1982. Una frase semplice che racchiudeva in sé il senso di una battaglia culturale e politica iniziata con la conquista della guida del Conservative Party sette anni prima. La Gran Bretagna degli anni 70 era il “grande malato d’Europa”. Quella che già era stata la più grande potenza marittima dell’epoca moderna, guida di un impero esteso sui cinque continenti, aveva visto ridursi il proprio ruolo internazionale dalla fine della Seconda guerra mondiale. Un ridimensionamento destinato a diventare e a essere percepito come declino politico, economico e finanziario negli anni 60 e più ancora nei 70. Per la Thatcher la causa di questa parabola discendente era in primo luogo culturale. Essa affondava le sue radici nella sconfitta dei valori del liberalismo classico, a suo avviso peculiari della tradizione britannica. Quei valori che, salvaguardando in primo luogo la libertà dell’individuo dallo stato, lo spronavano a una fattiva intraprendenza con ricadute positive per tutta la collettività. Da questi valori le classi dirigenti britanniche si erano allontanate nel 1945, a prescindere dalle rispettive appartenenze partitiche.
Mrs. Thatcher non aveva dubbi. I laburisti erano gli alfieri di una cultura politica socialista, che, aumentando a dismisura il ruolo dello stato in ogni aspetto della vita umana, aveva reso l’individuo totalmente dipendente da esso, minandone la spinta all’operosità. I conservatori avevano assecondato questo “snaturamento” allineando le proprie politiche a quelle dei laburisti. Se l’establishment politico nella sua interezza era la causa del declino, il tentativo di invertire la rotta non poteva che essere attuato da chi a esso era estraneo. Porsi come outsider, lontano da quella élite che aveva governato dal 1945 in avanti il Regno Unito, fu una delle carte principali giocate da Thatcher nella costruzione della sua leadership, sia nei confronti dell’elettorato sia per scardinare gli assetti di potere all’interno del suo partito. Un’immagine che si basava su elementi concreti. Donna, nata in una famiglia della borghesia medio-piccola della provincia inglese, educata al di fuori delle più esclusive public schools, il profilo della Thatcher era assolutamente eccentrico rispetto al prototipo classico dell’alto dirigente del Partito conservatore: maschio, aristocratico – o comunque upper-class –, educato a Eton prima di passare a Oxbridge. Anche Ted Heath, predecessore di Thatcher alla guida del Partito conservatore, era stato una figura eterogenea per estrazione sociale e formazione culturale rispetto ai grandi del partito. Ma mentre questi fece ogni sforzo per omologare se stesso al prototipo dell’alto dirigente tory più tradizionale, Thatcher scelse in maniera programmatica di puntare in direzione opposta per evidenziare anche da questo punto di vista la sua distanza rispetto alla politica britannica degli ultimi decenni.
Da questo punto di vista la Lady di Ferro poteva contare anche su altri due elementi. Il non aver un cursus honorum politico particolarmente brillante: pur sedendo in Parlamento dal 1959, aveva ricoperto una sola posizione di primo piano, come ministro dell’Istruzione nel governo Heath (1970-’74). E il fallimento che proprio Heath conseguì nel suo tentativo di attuare una politica di discontinuità rispetto ai governi che lo precedettero: preoccupato per i dati economici negativi e l’ondata di scioperi, dopo due anni Heath decise di invertire la rotta e rientrare nell’alveo di più sicuri percorsi. Ciò consentì alla Thatcher di marcare la distanza anche sul piano della determinazione a perseguire gli obiettivi politici prefissi, quando nell’ottobre del 1980, in condizioni economiche simili, se non peggiori, di quelle in cui si era trovato Heath, in caduta costante nei sondaggi, proprio in riferimento al cambio di rotta del suo predecessore affermò: “The Lady is not for turning!”.
Se diagnosi e terapia erano chiari agli occhi della Thatcher, la sua azione politica fu contrastata tanto nel paese che nel suo stesso partito. La vittoria nella guerra delle Falkland fu in questo senso il momento di passaggio decisivo. Sia perché le consegnò in modo definitivo le redini del suo partito. Sia perché consacrò la sua immagine di leader deciso, in grado di perseguire fino in fondo l’obiettivo prefisso. Sia perché, dopo lo choc di Suez del 1956, aveva dato a un popolo che si percepiva in costante declino un successo sul palcoscenico internazionale, rafforzando così ciò che diceva da anni: che era possibile invertire la parabola di decadenza, purché ci si affidasse al leader giusto per questo compito. Il leader che aveva vinto la guerra fuori dai confini britannici poteva presentarsi all’opinione pubblica come il miglior candidato possibile a vincere la “guerra economica” all’interno.
di Domenico Maria Bruni (Luiss Guido Carli)